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  • P. Roth & G. Dazzi

Andar per crêuze

Aktualisiert: 1. Nov 2018

Siamo stati incaricati dalla casa editrice zurighese Rotpunktverlag di scrivere una guida di Genova che non ricalchi le solite attrazioni turistiche. A questo punto cosa fanno un engadinese e una bregagliotta? Esatto: si legano per bene gli scarponi di montagna e salgono. Sempre più in su in cerca di vie sempre più ripide e sempre più strette, di luoghi appartati, cielo e solitudine.

Genova, città di mare, incastrata tra mare e le propaggini dell’Appennino, per diventare la metropoli che è oggi, ha dovuto affrontare i livelli. L’ha fatto costruendo in alto – nel centro storico le case contano 6-7 piani raggiungendo 20 e più metri di altezza – e allargando la zona abitativa anche sui versanti retrostanti. Là, il terreno sale di quota in breve spazio e le case risalgono le colline con maggior lentezza – più ci si inerpica, meno diventa la speculazione edilizia. All’improvviso la città finisce e la campagna inizia.


Noi partiamo nel bel mezzo della città, dal trafficato Largo Zecca, e ci infiliamo in un vico stretto. Lasciamo alle nostre spalle la pittoresca Piazza del Carmine, regoliamo il fiato e gradino per gradino saliamo la crêuza.











Queste tipiche mulattiere liguri collegano già da tempi remoti le zone periferiche con il centro città. Scendono dai versanti spesso verticalmente dritte verso il mare, con la massima pendenza possibile, si capisce. Fabrizio de André dedicò a queste strutture viarie suburbane un album intero: Crêuza de mä, crêuza di mare.



Con lo sguardo fisso verso il basso ci accorgiamo subito che le crêuze hanno un lastricato speciale. Nel mezzo la mulattiera è composta di mattoni rossi (chiamata «la mattonata»), articolati in lunghi e bassi gradini quando la strada si fa più ripida, consentendo al viandante una camminata facile e sicura. I due lati invece sono pavimentati con ciottoli tondi, tra i quali cresce l’erba, senza interruzione di gradini (il cosiddetto «risseu»). Qui transitavano i muli e asini al seguito del passeggero, con passo sicuro anche in caso di ghiaccio.

Le crêuze salgono sempre tra due muri, piuttosto alti, interroti qua e là da piccole porte. Possiamo solo immaginarci quali tesori contengono questi giardini murati: ville e villette ma soprattutto orti terrazzati pieni di ulivi, limoni, chinotti, rosmarini… A metà strada ci voltiamo per la prima volta. Siamo saliti con uno sforzo fisico minimo e in brevissimo tempo, ma la vista è già da mozzafiato.


Ci concediamo ugualmente una piccola sosta per riprendere fiato. Le 25'000 reliquie del Santuario la Madonnetta ci infondono nuova forza.



Arrivati in cima, a ca. 300 m.s.l.m., ci troviamo davanti all’ex albergo Righi. Mentre sulle cartoline bianco-nere dell’inizio ‘900 l’edificio presentava ancora una struttura di un certo touch svizzero, ricalcando lo stile chalet-liberty tipico en vogue nell’epoca della grande “febbre del turismo”, oggi è una semplice casa abitativa.



La funicolare Righi, costruita dai due obvaldesi Bucher e Durrer, ci riporterebbe in 10 minuti al nostro punto di partenza. Preferiamo scendere a piedi, in cerca di una nuova crêuza di mä.

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